Porta San Gennaro a Napoli

Porta San Gennaro è la più antica porta della città di Napoli ancora esistente. Secoli fa la città di Napoli contava ben oltre 25 porte di accesso alla città.

Oggi Porta San Gennaro, assieme alle sue ” Sorelle” Porta Capuana, Porta Nolana e Port’Alba, sono parte integrante della città, simbolo dell’antica storia del Regno di Napoli.

Porta San Gennaro risale probabilmente al VIII secolo d.C. Inizialmente era situata dietro la Chiesa del Gesù, la porta fu spostata più volte, quasi a seguire l’espansione delle mura cittadine. Trovò finalmente una sistemazione definitiva ma nel 1573, per volere del vicerè Don Pedro de Toledo, che volle sistemare porta San Gennaro su via Foria. Non lontana da Piazza Cavour, oggi ha di fronte a se l’antica Via Vergini ingresso del secolare Rione Sanità.

Porta San Gennaro era l’unico ingresso utilizzato da coloro che provenivano dalla parte settentrionale della città. Per molto tempo venne addirittura chiamata Porta del Tufo o dei Tufari perché proprio da qui entravano ed uscivano i carri pieni di blocchi di tufo, cavati nelle cave del Rione Sanità, utilizzati per le costruzioni degli edifici napoletani.

La domanda nasce in maniera spontanea, da dove nasce allora il suo nome? Semplicemente il nome della porta si deve al fatto che da qui partiva l’unica strada che portava i pellegrini alle catacombe di San Gennaro, patrono di Napoli, a Capodimonte. Se vogliamo era una sorta di strada sacra, un miglio sacro, proprio in città.

La porta ha al suo interno una statua di San Gaetano, posta nel 1656, per chiedere la grazia al santo di salvare la città dalla peste.

All’esterno della porta invece, c’è una statuetta che benedice, che grazie all’iscrizione “Divo Januario, apotropaco, sospes Neapolis”, fa capire che rappresenta San Gennaro.

La porta custodisce un tesoro, un affresco del pittore Mattia Preti. La leggenda narra che Mattia Preti, chiamato il Cavaliere calabrese, dal carattere focoso come il Caravaggio, si rifugiò a Napoli, nel 1653, per sfuggire alla cattura dopo aver ucciso un uomo a Roma.

Un’altra fonte invece racconta che arrivato a Napoli durante l’epidemia di peste fu arrestato e condannato a morte per aver ucciso una guardia che cercava di impedirgli l’ingresso in città, vietato per via dell’epidemia.

Fatto sta che il vicerè venne a sapere dell’accaduto, e concesse la grazia a Mattia Preti. In cambio l’artista, riuscì a riscattare la sua vita, solo dopo aver acconsentito di dipingere tutte le porte della capitale del Regno.

Prima dipinse Porta Capuana e Porta Nolana degli affreschi oggi non rimane traccia. Dipinse anche la Porta dello Spirito Santo, Porta Costantinopoli, Porta del Carmine e Porta di Chiaia, anche in questo caso né delle porte né degli affreschi non rimane traccia.

Ma fonti storiche, arrivate sino a noi, ci dicono che l’elemento pittorico che accomunava tutte le porte, era la rappresentazione di corpi senza vita dei cittadini che o sullo sfondo o in basso, sono portati al cimitero o dilaniati dagli animali.

Come detto prima, a noi oggi rimane solo l’affresco di Porta San Gennaro. Dipinto nel 1656 come ex voto dopo l’epidemia di peste, è ritornato di nuovo nel suo antico splendore grazie al restauro terminato a maggio 2021.

Dell’affresco di Mattia Preti ammiriamo come figura centrale la vergine Maria, con Gesù bambino tra le braccia. È lei la protagonista e l’unica figura illuminata insieme con un cartiglio che porta la scritta a rovescio ” Satis est Domine”.

Ai lati ci sono le figure dei santi che chiedono alla Vergine l’intercessione per la città di Napoli. Incontriamo San Gennaro, con le ampolle del sangue, San Francesco Saverio, con il dito puntato verso un’altra pergamena, con su scritto ” S. Franciscus xave patronus”. In fine Santa Rosalia, la santa protettrice invocata durante la peste.

In basso si vedono scene di disperati e una donna piena di piaghe, e con dei cenci in testa, che seduta su alcuni gradini, morde sé stessa. È lei la rappresentazione, l’incarnazione e l’allegoria più forte e significativa, quella della Peste.

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