Dopo quasi due mesi dal summit della Casa Bianca, è possibile tirare le prime somme dell’Americas Partnership for Economic Prosperity (APEP). È questo il nome dell’iniziativa dell’amministrazione Biden per rinforzare i legami economici coi Paesi del continente americano. Ma i risultati sembrano molto lontani.
I Paesi partecipanti e quelli assenti
All’inaugurazione dell’APEP c’erano i capi di Stato di dodici Paesi del nord, del centro e del sud America. Naturalmente c’era Biden come padrone di casa, poi Trudeau per il Canada, fotocopia degli USA su tutta la politica estera, e il Messico. Poi per l’America centrale Costa Rica, Repubblica Dominicana, Barbados, Panama e per l’America meridionale Colombia, Ecuador, Peru, Cile, Uruguay. Tuttavia, questo è soltanto un terzo del continente. Dei due terzi che mancavano pesa molto l’assenza del Brasile, imporante a livello economico, demografico e politico in quanto membro fondante dei BRICS. Mancava pure l’Argentina, che è sì in bancarotta ma gli USA non vogliono che entri nella sfera dei BRICS. E mancavano molti Paesi del CELAC, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños, i quali desiderano sviluppo e integrazione ma senza il patrocinio obbligatorio di Washington.
La dottrina Monroe e la Cina
Uno dei motivi dello scarso entusiasmo che l’APEP ha suscitato nei Paesi americani è la evidente intenzione di riproporre la dottrina Monroe in chiave attualizzata. Con questa dottrina si intende il pensiero di Washington di avere quasi l’obbligo storico di dominare sugli affari del continente e proteggerli da influenze esterne. E l’influenza più forte oggi è quella cinese, con Pechino che investe nelle infrastrutture ed espande la cooperazione in diversi Stati americani. Biden vorrebbe contenere la penetrazione cinese e sostituirla con la classica dipendenza dal dollaro di molti governi. D’altro canto, gli USA hanno sempre considerato l’America Latina come il “cortile di casa”, nel quale possono giocare soltanto loro. Fonte:
