Dormire bene fa bene alla salute e fa anche bene alla nostra pressione arteriosa. Non a caso, tra le varie problematiche, si è sempre pensato vi potesse essere un collegamento tra la carenza di sonno e l’aumento di rischio per le malattie cardiovascolari, infarto del miocardio e ictus. Gli effetti dell’insonnia sono stati accertati, quello che ancora non si era valutato è se il dormire adeguatamente avesse una ricaduta positiva sulla pressione arteriosa alta.
Tra sonno e sistema cardiovascolare esiste una strettissima correlazione da un punto di vista anatomico e funzionale. Conferma di questo è la dimostrazione di fluttuazioni sincrone tra le fasi del sonno e le funzioni del sistema nervoso vegetativo che si riflettono sui parametri cardiovascolari. Queste modificazioni di stato sono coordinate da strutture del sistema nervoso centrale, prevalentemente di tipo sottocorticale, che regolano la bilancia simpato-vagale, e i principali neurotrasmettitori coinvolti: norepinefrina, serotonina e acetilcolina. Rispetto alla veglia, la transizione progressiva dal sonno leggero al sonno profondo NREM è caratterizzata da un rallentamento graduale delle attività EEG associato ad una graduale predominanza parasimpatica.
Mentre per anni siamo stati a conoscenza del fatto che gli insonni corrono alti rischi per quanto riguarda disturbi dell’umore e altri disordini psichiatrici, aumentano ora le evidenze di stretti legami anche tra insonnia e pressione alta e patologie cardiovascolari. Gli studi epidemiologici hanno documentato che vi è una relazione tra insonnia e malattia coronarica: un sonno di breve durata (< 6 ore) si associa significativamente ad ipertensione arteriosa sistemica e, in genere, ad un aumentato rischio cardiovascolari.
Negli ultimi anni sono stati condotti diversi studi al fine di valutare se l’insonnia (definita sia come tempo totale di sonno oggettivamente ridotto e quantificato mediante polisonnografia, sia come cattiva qualità del sonno rilevata tramite questionario specifico), potesse in qualche modo associarsi ad un incrementato rischio di ipertensione. Una recente pubblicazione ha dimostrato come la probabilità di soffrire d’ipertensione fosse 5 volte maggiore nei pazienti che presentavano sia una scarsa qualità del ripososoggettivamente percepito, sia una riduzione del tempo totale di sonno, rispetto ai controlli. Questa correlazione è risultata indipendente da fattori confondenti. Tali osservazioni confermano ed estendono i risultati di studi precedenti, che avevano evidenziato come una breve durata del sonno sia associata all’ipersecrezione di cortisolo e all’aumento della frequenza cardiaca, condizioni che a loro volta possono condurre all’insorgenza di problemi cardiovascolari.
Va sottolineato come il possibile verificarsi di problemi cardiovascolari, e in particolare di incremento della pressione arteriosa, in caso di riduzione delle ore di sonno, non sia una scoperta del tutto nuova. Infatti segnalazioni sulla possibilità di aumentato rischio cardiovascolare associato ad insufficiente durata del sonno sono state pubblicate anche in passato. In particolare, uno studio pubblicato a metà degli anni ’90, condotto su soggetti giapponesi nei quali veniva effettuata una registrazione della pressione arteriosa e dell’ECG e del grado di attività fisica in una giornata con normale durata di sonno e in una giornata con deprivazione di sonno da stress lavorativo, dimostrò come continuare a lavorare anche di notte portasse a grossi problemi. Dopo una notte insonne la pressione arteriosa sistolica e diastolica rimanevano significativamente elevate non solo durante la notte, con perdita della fisiologica caduta notturna, ma anche per tutte le ore del giorno successivo. Questo si accompagnava ad un aumento delle catecolamine urinarie e alterazioni nell’analisi di variabilità della frequenza cardiaca, tutti indicatori di un aumento dell’attività nervosa simpatica, che incidono negativamente sul controllo pressorio.

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